UN ALTRO CASO PER L’ISPETTORE FERRARO

L’IMPREVEDIBILE VITA

Un delitto nel mondo “dorato” dell’Alta Moda milanese, una bambina venuta da oltremare che incontra bizzarri personaggi, lotta senza quartiere all’occupazione abusiva. Questi i temi principali dell’ultimo romanzo di Gianni Biondillo “L’INCANTO DELLE SIRENE”, 336 pagine, 18 euro, edito da Ugo Guanda.

L’ispettore Ferraro non voleva questo caso. Lui di alta moda e pret a porter non ci capiva niente ma pressioni dall’alto e di un’amica lo costringono a indagare.

Durante la sfilata di chiusura della settimana della moda una modella viene uccisa davanti le telecamere di tutta Italia. Subito si pensa ad un errore di persona, che il vero obiettivo era Adriano Varaldi, il grande stilista milanese. Proseguendo le indagini il poliziotto scopre che dietro la facciata patinata, luminosa e fiabesca si nasconde un mondo corrotto, marcio, pieno di soprusi e ipocrisia.

Ma anche l’ambiente della polizia non è limpido come dovrebbe essere. Lotte di potere e protagonismo fanno da sfondo all’ultima “crociata” indetta dal capo di Ferraro a scapito di poveri immigrati che, pur di avere un tetto sopra la testa, sono finiti nelle grinfie di malviventi senza scrupoli.

In tutto questo si innesta la storia di Aisha, una piccola immigrata libica venuta col fratello in Italia per sfuggire alle violenze del suo paese, che per una serie di circostanze si ritrova da sola, a vivere molte avventure prima della meta finale.

Il libro ha un linguaggio spigliato, moderno, con molti gerghi dialettali italiani e accenti ironici che danno un tocco di humour al tutto. Biondillo inoltre descrive con perizia e competenza il mondo poliziesco, dimostrando una grande conoscenza dei metodi investigativi adottati.

L’Incanto delle Sirene è il settimo libro con protagonista l’ispettore Ferraro. In esso ritroviamo l’amico Mimmo, di professione non ben identificata e sempre pronto a risolvere i problemi a modo suo, c’è Oreste il Baffo, anziano clochard ormai sul viale del tramonto che riesce a sbrogliare un caso complicato, c’è Luisa Bonnaciva, signora dell’alta società, con la quale l’ispettore intrattiene rapporti d’amicizia e sentimentali, c’è Giulia, la figlia ormai adolescente che vive nel mondo social, c’è Quarto Oggiaro, quartiere periferico milanese sempre sul punto di esplodere coi suoi contrasti sociali.

E c’è la Milano bene, quella raffinata e luccicosa delle vetrine, delle signore vestite à la page, dell’alta finanza. Due mondi contrapposti, distanti spazi siderali pur essendo collocati nello stesso nucleo territoriale.

Per chi lo legge per la prima volta lo stile di Biondillo può sembrare caotico e discontinuo all’inizio ma poi, proseguendo nella lettura, tutti i pezzi del variegato puzzle vengono incastrati perfettamente mostrando un mosaico umano incisivo e veritiero.

Gianni Biondillo è uno scrittore e architetto fra i più famosi ed eterogenei, autore di numerosi romanzi, racconti, testi televisivi e cinematografici, saggi letterari. È membro del blog collettivo Nazione Indiana.

Dal 2012 è direttore artistico del festival culturale Parole sotto la torre, Portoscuso, manifestazione insignita nel 2014 della medaglia ai benemeriti della cultura e dell’arte del Presidente della Repubblica.

Dal 2013 è docente presso l’Università della Svizzera Italiana, all’Accademia di Architettura di Mendrisio, di Elementi di psicogeografia e narrazione del territorio.

Nei suoi scritti, e particolarmente in quest’ultimo, c’è ironia, senso dell’umorismo, e disincanto. Descrive in modo lucido ed esperto la società attuale, tutta protesa al benessere materiale, al potere personale, alla sopraffazione di diritti legittimi, in barba a tutti i valori etici e morali. Ma c’è anche molta tenerezza, comprensione e solidarietà, proprio in quei soggetti che sembrano meno indicati. E, facendo una metafora, si può dire che Oreste rappresenta il vecchio che arretra e Aisha il nuovo che avanza nella società multietnica e globalizzata in cui viviamo.

Maria Pia Amico

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                                                                                   VERSO L’ABISSO

In Belgio, alla fine di novembre 2013, è stata approvata l’estensione della legge sull’eutanasia anche ai minori di 18 anni.  Nel paese vige già la norma della “buona morte” ma solo per i maggiorenni. Infatti la legge per gli adulti è stata approvata nel 2002. Le commissioni Affari Sociali e Giustizia del Senato hanno ottenuto la maggioranza, avendo votato quasi tutti i partiti favorevolmente.. Poi è stata esaminata dal Senato e dopo l’iter parlamentare è sta approvata, diventando legge esecutiva in questi giorni.

Nella proposta di legge del socialista Philippe Mahoux i bambini sotto i 12 anni interessati potranno fare richiesta di eutanasia previo consenso dei genitori, e solo dopo il parere favorevole di uno psicologo, che dovrà accertarsi della “capacità di giudizio” del minore, e su consiglio di un’equipe medica, si procederà all’operazione.

Secondo il promotore il disegno di legge va incontro alle esigenze di genitori e bambini stanchi di lottare contro “sofferenze fisiche insopportabili e inguaribili, in fase terminale “.

Questa notizia sconvolgente mi stimola domande e riflessioni che spero spingeranno a considerazioni anche voi lettori.

Anzitutto mi chiedo: un bambino è capace di capire e scegliere di morire? E a quale età? Ma soprattutto le sofferenze fisiche sono davvero così insostenibili da non avere altra via che la morte? E se anche inguaribili; è giusto portare qualcuno a morire? O non piuttosto seguirlo con affetto nel decorso della sua malattia? Oggi le cure palliative sono così perfezionate che qualunque malattia dolorosa può essere sopportata dignitosamente.

Altra domanda: è meglio dare una “buona morte” o una buona vita, pur se con molti e gravi problemi? Quando dico buona vita intendo che intorno al malato, adulto o bambino che sia, bisogna costruirgli un ambiente confortevole, solidale e umano. Solo così si sentirà stimolato a reagire e combattere contro la malattia o quanto meno ad accettarla con dignità e risolutezza.

In questo caso mi sento chiamata in causa, sia perché la mia patologia è inguaribile, pur se non mortale, sia perché mi sembra che la storia si ripeta, anche se in contesto diverso.

Durante il Nazismo la Germania emanò delle leggi in cui veniva legalizzata l’eutanasia prima ai neonati con malformazioni e malattie congenite, poi, coattamente, a bambini e adulti disabili, in nome di un’ideologia  basata sul mito della razza pura e perfetta. C’erano anche altre ragioni, non ultime quelle economiche. Mantenere un malato o disabile richiede costi elevati e oggi in Belgio qualcuno insinua che questo sia uno dei motivi che  hanno spinto il governo a votare questa legge. Ma io penso che ci siano anche altre motivazioni.

Nella società attuale, individualista e tutta rivolta al benessere e al potere personale, chi è debole e malato fa paura e chi non rientra in questi parametri viene escluso se non addirittura eliminato. Fa paura per l’onere di costi, soprattutto psicologici, emotivi e fisici, che comporta il prendersi cura di lui. Un bambino malato ha bisogno di molte attenzioni e cure che non sempre un genitore è disposto ad affrontare, mal supportato peraltro dalle istituzioni, che, come nel caso dell’Olanda ed ora anche del Belgio, preferiscono eliminare da subito il “problema”, se possibile.

Un dato significativo è il fatto che la maggioranza dell’opinione pubblica belga sia favorevole alla “dolce morte” anche per i bambini. Unici a protestare sono stati i rappresentanti delle principali confessioni religiose, dai cristiani ai musulmani, dagli ebrei ai buddisti.

Forse molte persone sono in buona fede e pensano sia più umano non far soffrire un bambino inutilmente, o magari ritengono più facile liberarsi così del problema, ma penso sia moralmente condannabile lo Stato che invece di assistere coscienziosamente i suoi cittadini, li inviti a liberarsi di coloro i quali sono i più vulnerabili e indifesi.

La vita è un dono troppo grande e va vissuta interamente, in tutte le sue manifestazioni, nel bene e nel male, senza che nessuno si arrechi il diritto di spezzarla pur se con fini pseudo-umanitari.

Maria Pia Amico

ADAMO DOVE SEI? DOV’E’ TUO FRATELLO?

 

 

Vedendo le immagini e leggendo i giornali sulla tragedia accaduta a Lampedusa il 3 ottobre scorso mi sono sentita molto vicina a quei morti e a quei sopravvissuti perché anch’io,  per certi aspetti, ho dei punti in comune con tutte quelle persone.

 

No, non sono un’immigrata ma nella vita ho dovuto affrontare “viaggi della speranza” e situazioni difficili. Nascere disabile è un po’ come essere un extracomunitario: si hanno difficoltà nei rapporti personali, nell’inserimento scolastico, nel lavoro come nelle amicizie. Capisco bene chi affronta lunghi viaggi, estenuanti e pericolosi, ponendosi come meta una vita migliore anche se in terra straniera. Perché anche per me la vita è stata come affrontare un viaggio difficile. Un viaggio che ho deciso di iniziare perché non volevo rassegnarmi a una esistenza senza obiettivi e senza speranze. Nell’isolamento.

 

Mi ha colpito molto quello che Papa Francesco ha detto durante il suo viaggio a Lampedusa: “Adamo, dove sei?” “Dov’è tuo fratello?”, riferendosi ad ogni uomo e donna. Ognuno dovrebbe pensare a queste parole quando vede o incontra chi è “diverso”. La diversità è solo un luogo mentale, codificato dagli uomini per distinguersi fra loro. Ma la diversità genera paura e la paura è frutto dell’ignoranza, del non conoscere. Le parole del Papa vogliono sottolineare il clima di indifferenza, di apatia ed egoismo in cui si trova attualmente la società occidentale.

 

La crisi economica degli ultimi anni ha contribuito a inasprire i rapporti fra le persone, facendo sorgere nuovi “muri” e barriere mentali e ideologiche. L’avanzata dei partiti di destra xenofobi  in Europa è un sintomo preoccupante del malessere che affligge i paesi europei. Il timore di perdere le proprie radici, la propria identità etnica e culturale favorisce gli egoismi e l’insofferenza verso chi viene da lontano, respingendo l’idea che possa essere povero e perseguitato nel proprio paese.

 

Il rischio che più si corre, quando accadono fatti tragici come quello di Lampedusa, è il disinteresse, il distacco, come se la cosa non ci riguardasse. In fondo abbiamo già i nostri problemi . Così restiamo indifferenti. Ci si trincera facilmente dietro i propri piccoli interessi, facendo finta di non vedere il vicino che soffre, che è povero e bisognoso.

 

Eppure basterebbe poco per uscire da questo stato di apatia mentale. Basterebbe pensare che chi  abbiamo di fronte non è solo un disabile, un extracomunitario, uno straniero, ma uno di noi, con i nostri stessi problemi, sentimenti e speranze. Basterebbe questo per iniziare a sentirci un po’ partecipi della sua vita.

 

Ho sperimentato personalmente che nei momenti più bui, più difficili, un sorriso, un gesto di umanità può far cambiare la visione della vita, può fare rinascere la speranza. E questo non solo in chi lo riceve.

 

Non so quanti di voi abbiano pianto guardando tutte quelle bare allineate nell’ Hangar e la disperazione in quei volti stanchi e smarriti ma sono assolutamente convinta che il dono del pianto sia un segno. Segno che siamo ancora capaci di umanità e di compassione.

 

Maria Pia Amico

LO SBAGLIO DI ESSERE TROPPO CURIOSI

Un tipo troppo intrigante e intransigente,  un condominio in subbuglio, misteri e delitti nella Bombay odierna. Questi gli ingredienti del libro “La Canzone Del Giardiniere”, Kowalski editore,, costo 15 euro, di  Kalpana Swaminathan, scrittrice indiana al suo secondo lavoro letterario.

 

Il corpo senza vita del signor Rao viene trovato nell’ascensore di un condominio di Bombay. Molti degli abitanti del caseggiato avrebbero un valido motivo per volere la sua morte. Infatti questo personaggio faceva di tutto per mostrarsi odioso, insopportabile e ficcanaso agli occhi dei suoi vicini. Sapeva tutto di tutti e non perdeva occasione per spifferare segreti, difetti e debolezze di ognuno, in nome del suo personalissimo senso di moralità.

 

 

Karunakar Rao era un uomo dall’aspetto apparentemente insignificante e innocuo, con un lavoro regolare, una moglie e un figlio. Aveva però il “vezzo” di curiosare nella vita degli altri e dei condomini in particolare, seminando pettegolezzi e zizzanìe.

Perché i signori Rao, marito e moglie, si ritenevano “un paradigma di rettitudine”, depositari della Verità e della Giustizia e gli unici genitori capaci di educare rettamente i figli, nella fattispecie il malcapitato Vaibhav, un genio ventenne che li sopportava con pazienza lasciandosi chiudere in camera per punizione un giorno sì e l’altro pure.

Presumibilmente alle sette in punto (neanche a dirlo: il signor Rao era un tipo preciso e puntiglioso!) lo sgradevole individuo è stato ucciso, e ora giace accasciato nell’ascensore del palazzo con gli occhi sbarrati. Ma, benché nessuno dei condomini sia stato risparmiato dalla lingua biforcuta dell’ometto infido e ognuno possa quindi essere il potenziale assassino, lo sgomento è il principale sentimento che rapidamente si diffonde tra tutti quando apprendono la notizia.

Eppure c’è Kumudben, che ha subito un grave lutto ed ha avuto un esaurimento nervoso; della sua vicenda il signor Rao si era affrettato a diffondere una versione riveduta e corretta, corredata da sgradevoli commenti ed illazioni gratuite. C’è Alisha, madre di due gemelle che cresce da sola, perché suo marito ha chiesto il divorzio dopo essere stato convinto dal “premuroso” signor Rao di non essere lui il padre biologico. C’è Padmanabhan, l’ultimo arrivato, che, ignaro, ha difeso strenuamente l’ometto fino a che quello non gli ha sconvolto l’esistenza svelando a sua madre, rigorosamente a suo modo, una delicata e privatissima situazione coniugale. Già, sono davvero tanti quelli che avrebbero voluto togliergli finalmente dal volto quell’espressione compiaciuta che nemmeno da morto sembra aver perduto. Ma chi è l’assassino?…

 

Sbrogliare la matassa tocca a Lalli, la detective in pensione che abita al secondo piano, rispettata da tutti i condomini e tenuta ancora in grande considerazione dalla Omicidi di Bombay che continua a rivolgersi a lei come all’Ultima Spiaggia, quando i casi sono particolarmente complessi. Se c’è una persona in grado di capirci qualcosa e individuare il responsabile quella è Miss Lalli, lo sa bene sua nipote, voce narrante del romanzo, che incomincia il racconto a partire da due mesi prima dell’omicidio e alla quale pare di riconoscere, nei fatti avvenuti, delle curiose similitudini con La canzone del giardiniere, una delle divertenti filastrocche nonsense di Lewis Carroll.

Nel dipanarsi degli eventi il lettore diventa partecipe del clima di crescente tensione ed esasperazione culminato con la morte del perfido signor Rao e si incuriosisce con le storie che si intrecciano nella vicenda. Attraverso i tanti vissuti degli abitanti del palazzo, infatti, emerge pian piano il variopinto e variegato mondo dell’India, paese moderno dominato da tradizioni millenarie, con il suo folklore e le sue contraddizioni, tutte radicate in profondità fin nelle viscere di un popolo, assolutamente impossibili da scalfire, anche quando si infrangono contro la legge e gli echi lontani dell’Occidente. Anzi, dalle lusinghe occidentali e dalla loro violenza camuffata da buone intenzioni che lastricano le strade pericolose della presunzione, l’India si difende proprio con la forza di suoi antichi costumi e aspetta che siano i naturali processi evolutivi a superare aporie e ingiustizie ormai anacronistiche.

Bellissime, tristi, divertenti, curiose, le vicende delle vite dei condomini dell’Utkrusha , condominio situato alla periferia di Bombay, ci vengono raccontate in uno stile fluido e gradevole, con un linguaggio colto e raffinato e un umorismo sorprendente.

La canzone del giardiniere

è il secondo romanzo della Swaminathan, scrittrice e medico a Bombay, che vede protagonista Miss Lalli, una sorta di Miss Marple in salsa indiana, che della detective inglese ha la stessa perspicacia, simpatia ed agilità mentale malgrado l’età. Un giallo decisamente intrigante che, a dispetto della lentezza tipica di certa letteratura orientale, si avvale, al contrario, di un ritmo ben tenuto che mantiene desto l’interesse del lettore divertendolo e facendolo spesso sorridere con gustose battute e simpatiche arguzie. Decisamente una scoperta sorprendente, consigliabile a chi ama i gialli non troppo truculenti, leggeri e diversi.

Maria Pia Amic

o

UN TEMA “SCOMODO”

OLTRE LE APPARENZE

Essere donna non è mai stato facile, esserlo nella Sicilia fine ottocento ancora meno. Perché significa vivere un’esistenza già segnata, prestabilita, prima dal padre-padrone, poi dal marito e dalle convenzioni sociali.

La storia di Pina, raccontata in “Minchia di Re” ha inizio in un’isola siciliana agli albori dell’Unità d’Italia. Suo padre non le perdona di non essere nata maschio. La madre è totalmente succube del marito, tragicamente fatalista, come lo sanno essere le donne del Sud.

La ragazza cresce tra giochi con coetanei maschi, lavori faticosi e imposizioni paterne. L’incontro con Sara, una bellissima paesana, le farà scoprire un lato di se stessa sconosciuto e inconfessato. E’ un amore a prima vista, reciproco, sincero ma proibito.

Dopo essere stata prigioniera in casa, per aver rifiutato il matrimonio impostole dal padre, Pina viene liberata grazie alla madre, che convince il marito a far sì che la figlia diventi quel maschio da lui tanto desiderato. Così, con la complicità delle autorità locali e del paese, la ragazza smette i panni da donna e si trasforma in perfetto “masculo”, riuscendo in tal modo non solo a sposare la sua amata ma diventando un vero “signore” dell’isola.

Questa la trama del libro che deve il titolo al nome popolare di un pesce ermafrodito, detto anche “donzella o viola di mare”, che nasce femmina deposita le uova e diventa maschio. L’autore Giacomo Pilati l’ha tratta da una storia vera, diventata quasi leggenda. “Viola di mare” è una storia d’amore impossibile che ha dell’incredibile ma pare sia veramente accaduta a Favignana, un’isola delle Egadi, nella seconda metà dell’ottocento e volta in leggenda dalla vox populi, la trama: una ragazza di 25 anni si finge improvvisamente uomo per sfuggire allo scandalo della sua omosessualità. Accetterà una metamorfosi esteriore e si travestirà da uomo senza mai rinunciare, nell’intimo, alla sua identità di donna. Complice la Chiesa che preferisce credere in una menzogna piuttosto che sconvolgere il quieto vivere della semplice gente del sud e l’amministrazione pubblica, che rilascia i nuovi documenti, la metamorfosi culmina con un bel matrimonio religioso.

Forse è successo davvero, forse è solo una storia nata fra il mare e le palme nane. Forse Angela è esistita e forse è esistito anche Angelo, e forse tutto il paese sapeva che erano la stessa persona. Ma si deve pur vivere e allora meglio dimenticare che c’è stata, in un tempo non troppo lontano, in una piccola isola siciliana, una donna che ha avuto il potere, l’amore la libertà ed il coraggio. Una donna che era anche uomo, o forse nessuna delle due cose e forse era soltanto come una Viola di mare.

Pilati ne fa un romanzo avvincente, vigoroso. A tratti malinconico, mai volgare o banale, trattando lo scottante tema dell’omosessualità femminile con delicatezza e poesia ma senza ipocrisie o storture. Da una labile traccia costruisce un racconto dove si fondono leggende e verità, superstizioni e luoghi comuni, potere atavico e istituzioni compiacenti. Scritto con uno stile schietto, con molti idiomi e modi di dire dialettall, il romanzo si snoda attraverso settant’anni circa di Storia italiana, raccontati in prima persona da Pina/o ma in maniera non cronologicamente lineare, facendo sì che ne risulti un racconto frammentario, lasciando il lettore con un vago senso di incompletezza.

Giacomo Pilati è un affermato giornalista e scrittore siciliano, scrive su importanti quotidiani e riviste nazionali quali

Il Giornale di Sicilia, La Sicilia, Reporter, Il Diario e Avvenimenti, Anna, Bell’Italia.
Per le sue inchieste ha vinto due volte il
Premio nazionale di giornalismo Giuseppe Fava; il cosiddetto Oscar delle televisioni private organizzato da Millecanali, per la sezione cultura; il Premio nazionale dell’Aiop (Associazione Italiana Ospedalità Privata).
Ha fondato e diretto il mensile “Lo Scarabeo”. Ha collaborato ai testi di numerose trasmissioni televisive:
Maurizio Costanzo Show, I Fatti Vostri, Perdonami, Maidiretivù.

La sua bibliografia è ricca e varia. Ha scritto: Le Siciliane, Erice, la montagna incantata, La cucina trapanese e delle isole. La storia, il lavoro, il cibo, (con Alba Allotta), La città dei poveri. Un viaggio alla scoperta di sé tra gli ultimi e gli emarginati, Il pozzo di Giacobbe, Le altre Siciliane, Sicilian Women.

Nel 2009 da Minchia di re è stato tratto il film Viola di mare prodotto da Idf di Maria Grazia Cucinotta e dalla Medusa film, con Valeria Solarino, Isabella Ragonese, Ennio Fantastichini per la regia di Donatella Maiorca. Presentato all’ultimo Festival Internazionale del Film di Roma, è stato accolto con tiepido entusiasmo da critica e pubblico ma non c’è da stupirsi considerando i tempi bui che stiamo attraversando, dove tutto ciò che non è “normale” fa paura.

 

Il tema dell’omosessualità è sempre stato molto dibattuto e osteggiato, particolarmente quella femminile, e sembra quindi impossibile che sia accaduta una storia così fuori dagli schemi, una storia tanto lontana cronologicamente eppure così attuale in cui il tabù del lesbismo è ancora lontano dall’essere infranto. Forse questo libro contribuirà a dare una spallata ai granitici pregiudizi, frutto di ignoranza e paure secolari.

Maria Pia Amico

Pina è una ragazza che abita in un’isola quasi immaginaria della Sicilia post-garibaldina. Sembra destinata ad un’esistenza normale ma la sua vera natura le sconvolgerà la vita. Un romanzo forte, toccante, quello di Giacomo Pilati, “Minchia di Re”, edito dalla Mursia edizioni, costo 13 euro, che affronta un argomento difficile e delicato come quello dell’omosessualità femminile. Da questo libro è stato tratto il film “Viola di Mare”.

 Maria  Pia Amico

COMUNICARE OGGI

 

COMUNICARE OGGII giovani e il loro mondo multiimediale, fatto di internet, email, blog. Questo il filo conduttore del libro di Matteo Predaroli, giovane scrittore genovese, che affronta temi comuni come l’amore, la morte, la fede, attraverso quel grande, magico, a volte inquietante calderone che è il mondo cibernetico.

Claudio è un giovane appena laureato, in cerca di lavoro, che si diletta nel tempo libero al computer, chattando e scrivendo e-mails agli amici. La sua ragazza gli propone di fare un blog, dove può sbizzarrirsi in racconti, riflessioni e spaccati di vita vissuta.

Nasce così Barchedicarta il blog che dà il nome al titolo del libro. Perché questo titolo? Come spiega l’autore le barche di carta, seppur fragili, galleggiano se costruite sapientemente, e paragona il suo blog ad una baia dove ognuno può ormeggiare la sua barchetta, consapevole della sua fugacità.

L’inizio del libro è imperniato su un breve racconto bucolico, protagonisti una lepre e una tartaruga che un giorno decidono di esplorare il mondo, salvo poi costatare che è sempre meglio rimanere nel proprio, perché conosciuto e sicuro.

Procedendo nella lettura si conoscono vari personaggi: gli amici di Claudio, strampalati, casinisti, insoddisfatti della vita; gli amori, tormentati, felici, scoperti; si fanno nuove amicizie; si affronta il tema doloroso della morte (di un amico) e quello profondo della Fede; si discute di problematiche sociali come lo studio, il lavoro, il volontariato.

Ma tra una chat, un’e-mail e un post Claudio e company hanno l’idea di fondare una squadra di calcio, la Calcinacci FC, e di giocare in un torneo dilettantistico che pur con risultati disastrosi, alla fine avranno la loro rivincita.

Il finale del libro riserva al lettore una sorpresa sapientemente preparata dall’autore, che ha condotto le fila del racconto in maniera intelligente e simpatica.

Infatti tutto il volume è scritto nel linguaggio specifico della tecnologia telematica: veloce, spigliato, frammentario come sanno farlo i giovani d’oggi.

Non tragga però in inganno il tono leggero o superficiale che può dare il libro, perché esso offre uno spaccato di vita della società giovanile odierna, dove mostra donne e uomini appena usciti dall’età adolescenziale e non ancora adulti per affrontare i problemi della vita: ancora alle prese con studio, lavoro che manca o saltuario: ancora insicuri, indecisi sul loro futuro, su quello che faranno: ancora con problematiche sentimentali intricate, irrisolte o indefinite. L’autore dimostra di conoscere bene quel mondo e lo fa rivivere e capire in maniera eccellente, attraverso le parole, le riflessioni del protagonista.

Matteo Predaroli sa mischiare molto bene realtà e fantasia, luoghi reali e immaginari. Descrive con mano sicura gli stati d’animo, le impressioni e le riflessioni interiori, profonde del suo personaggio principale. In parte autobiografico, il romanzo è ambientato in Liguria, dove l’autore vive, riconoscibile in certi posti, in certe atmosfere e tramonti inconfondibili.

Predaroli è nato nel 1981, vive e lavora a Genova. Ha partecipato a vari concorsi letterari con poesie e racconti brevi, ottenendo un buon successo di critica e pubblico. Lavora nel campo sociale e si occupa di volontariato nel tempo libero. Barchedicarta è il suo primo romanzo, pubblicato dalla Arduino Sacco Editore, costo 24,90 euro, lo si può trovare presso la libreria Bozzi, in via Cairoli 5, a Genova, oppure si può richiederlo direttamente dal catalogo tramite il sito dell’editore, contribuendo così all’autofinanziamento della casa editrice che non usufruisce di altri introiti pubblici o privati.

Barchedicarta è un libro che ci permette di confrontarci coi giovani, di capirli e capire il loro mondo che a volte appare sfuggente e incomprensibile; ci fa comprendere i loro stati d’animo e le loro paure, tutto attraverso il linguaggio tecnologico multimediale che ormai fa parte della vita quotidiana di ognuno. E’ una full immersion in una generazione che non è più adolescente ma ha paura di diventare adulta.

Maria Pia Amico

VACANZE DI PASQUA

UNA VACANZA DIVERSA  

Andare in vacanza è sempre un momento di gioia, svago, cambiamento, soprattutto per chi ha problemi di movimento, come noi di Casadomani. Perciò accogliamo sempre con entusiasmo ogni proposta di viaggio, gita o vacanza che ci viene suggerita.  

Quest’anno per Pasqua si è deciso di fare qualcosa di diverso dal solito giro in qualche agriturismo in Toscana. Grazie a un amico volontario, che si chiama Federico, siamo riusciti a conoscere un gruppo di giovani scouts, con i quali abbiamo programmato una vacanza a Belpiano, una località nei pressi di Borzonasca, sulle alture di Chiavari.  

Così il 31 marzo, nel primo pomeriggio, siamo partiti io, Nadia, Fabio e Mario col nostro pulmino, accompagnati da Federico capo-scout e da due ragazzi del gruppo scouts 16 di Genova-Carignano. Il viaggio è proseguito tranquillamente e siamo arrivati a destinazione accolti entusiasticamente da tutti i giovani “esploratori”.  

Belpiano è un posto bellissimo: in mezzo al verde e agli alberi, si possono fare lunghe passeggiate ed escursioni lungo i sentieri che si diramano lungo i boschi. E in mezzo a tutto ciò c’è una chiesetta con accanto un edificio, adibito a ricovero per chi vuole trascorrere qualche giorno di relax. All’entrata c’è un bel salone con annessi refettorio e cucina. Al piano superiore ci sono le camere per dormire, a cui si accede anche con un montacarichi, e i bagni, di cui uno accessibile per disabili.  

Dopo la sistemazione nelle stanze accoglienti e riscaldate, data la temperatura non proprio primaverile, ci siamo riuniti nel salone dove ogni ragazzo e ragazza si è presentato per nome e poi tutti a cantare le canzoni più famose e improbabili fino a l’ora di cena. Dopo ci siamo cimentati in canti e giochi di carte.  

Le condizioni del tempo non erano dei migliori e, a parte una mezza giornata di sole, è sempre piovuto e fatto freddo. Ma questo non ci ha impedito di divertirci tutti insieme. Nei tre giorni seguenti i ragazzi hanno organizzato vari giochi di società come il cruciverbone a squadre o il mercante in fiera oppure partite a cirulla, tutto condito con canti. Quando il tempo lo permetteva si faceva delle belle passeggiate nei boschi circostanti.  

Non sono mancati i momenti d preghiera e raccoglimento, visto il periodo pasquale, alla sera prima di andare a dormire e l’ultima sera nella chiesetta c’è stato un momento intenso di comunione.  

Le cose belle purtroppo finiscono e così anche la nostra vacanza. Personalmente mi sono trovata molto bene con questi giovani boys scout e credo pure i miei compagni d’avventure.  

All’inizio ero un po’ titubante su questa nuova esperienza perché pensavo che fosse un’impresa ardua per ragazzi così giovani avere a che fare con quattro disabili pieni di esigenze, a volte forse anche un po’ noiosi. Ma ho dovuto ricredermi. Con il valido aiuto di Andrea, Federico, Francesca e Maura, scouts e volontari di Casadomani, tutto è andato benissimo e si è creato un clima di amicizia reciproca.  

Grazie a Marta, Lucia, Giulia, Elena, Matilde, Ottavia, Francesco, Mario, Tommy, Alessandro e tutti gli altri, che ci avete donato alcuni giorni di allegria e gioia. Spero che la vostra amicizia ci accompagni sempre.  

Maria Pia di Casadomani  

OLTRE LE APPARENZE

OLTRE LE APPARENZE

Pina è una ragazza che abita in un’isola quasi immaginaria della Sicilia post-garibaldina. Sembra destinata ad un’esistenza normale ma la sua vera natura le sconvolgerà la vita. Un romanzo forte, toccante, quello di Giacomo Pilati, “Minchia di Re”, edito dalla Mursia edizioni, costo 13 euro, che affronta un argomento difficile e delicato come quello dell’omosessualità femminile. Da questo libro è stato tratto il film “Viola di Mare”.

Essere donna non è mai stato facile, esserlo nella Sicilia fine ottocento ancora meno. Perché significa vivere un’esistenza già segnata, prestabilita, prima dal padre-padrone, poi dal marito e dalle convenzioni sociali.

La storia di Pina, raccontata in “Minchia di Re” ha inizio in un’isola siciliana agli albori dell’Unità d’Italia. Suo padre non le perdona di non essere nata maschio. La madre è totalmente succube del marito, tragicamente fatalista, come lo sanno essere le donne del Sud.

La ragazza cresce tra giochi con coetanei maschi, lavori faticosi e imposizioni paterne. L’incontro con Sara, una bellissima paesana, le farà scoprire un lato di se stessa sconosciuto e inconfessato. E’ un amore a prima vista, reciproco, sincero ma proibito.

Dopo essere stata prigioniera in casa, per aver rifiutato il matrimonio impostole dal padre, Pina viene liberata grazie alla madre, che convince il marito a far sì che la figlia diventi quel maschio da lui tanto desiderato. Così, con la complicità delle autorità locali e del paese, la ragazza smette i panni da donna e si trasforma in perfetto “masculo”, riuscendo in tal modo non solo a sposare la sua amata ma diventando un vero “signore” dell’isola.

Questa la trama del libro che deve il titolo al nome popolare di un pesce ermafrodito, detto anche “donzella o viola di mare”, che nasce femmina deposita le uova e diventa maschio. L’autore Giacomo Pilati l’ha tratta da una storia vera, diventata quasi leggenda. “Viola di mare” è una storia d’amore impossibile che ha dell’incredibile ma pare sia veramente accaduta a Favignana, un’isola delle Egadi, nella seconda metà dell’ottocento e volta in leggenda dalla vox populi, la trama: una ragazza di 25 anni si finge improvvisamente uomo per sfuggire allo scandalo della sua omosessualità. Accetterà una metamorfosi esteriore e si travestirà da uomo senza mai rinunciare, nell’intimo, alla sua identità di donna. Complice la Chiesa che preferisce credere in una menzogna piuttosto che sconvolgere il quieto vivere della semplice gente del sud e l’amministrazione pubblica, che rilascia i nuovi documenti, la metamorfosi culmina con un bel matrimonio religioso.

Forse è successo davvero, forse è solo una storia nata fra il mare e le palme nane. Forse Angela è esistita e forse è esistito anche Angelo, e forse tutto il paese sapeva che erano la stessa persona. Ma si deve pur vivere e allora meglio dimenticare che c’è stata, in un tempo non troppo lontano, in una piccola isola siciliana, una donna che ha avuto il potere, l’amore la libertà ed il coraggio. Una donna che era anche uomo, o forse nessuna delle due cose e forse era soltanto come una Viola di mare.

Pilati ne fa un romanzo avvincente, vigoroso. A tratti malinconico, mai volgare o banale, trattando lo scottante tema dell’omosessualità femminile con delicatezza e poesia ma senza ipocrisie o storture. Da una labile traccia costruisce un racconto dove si fondono leggende e verità, superstizioni e luoghi comuni, potere atavico e istituzioni compiacenti. Scritto con uno stile schietto, con molti idiomi e modi di dire dialettall, il romanzo si snoda attraverso settant’anni circa di Storia italiana, raccontati in prima persona da Pina/o ma in maniera non cronologicamente lineare, facendo sì che ne risulti un racconto frammentario, lasciando il lettore con un vago senso di incompletezza.

Giacomo Pilati è un affermato giornalista e scrittore siciliano, scrive su importanti quotidiani e riviste nazionali quali

La sua bibliografia è ricca e varia. Ha scritto: Le Siciliane, Erice, la montagna incantata, La cucina trapanese e delle isole. La storia, il lavoro, il cibo, (con Alba Allotta), La città dei poveri. Un viaggio alla scoperta di sé tra gli ultimi e gli emarginati, Il pozzo di Giacobbe, Le altre Siciliane, Sicilian Women.

Il Giornale di Sicilia, La Sicilia, Reporter, Il Diario e Avvenimenti, Anna, Bell’Italia.
Per le sue inchieste ha vinto due volte il
Premio nazionale di giornalismo Giuseppe Fava; il cosiddetto Oscar delle televisioni private organizzato da Millecanali, per la sezione cultura; il Premio nazionale dell’Aiop (Associazione Italiana Ospedalità Privata).
Ha fondato e diretto il mensile “Lo Scarabeo”. Ha collaborato ai testi di numerose trasmissioni televisive:
Maurizio Costanzo Show, I Fatti Vostri, Perdonami, Maidiretivù.

Nel 2009 da Minchia di re è stato tratto il film Viola di mare prodotto da Idf di Maria Grazia Cucinotta e dalla Medusa film, con Valeria Solarino, Isabella Ragonese, Ennio Fantastichini per la regia di Donatella Maiorca. Presentato all’ultimo Festival Internazionale del Film di Roma, è stato accolto con tiepido entusiasmo da critica e pubblico ma non c’è da stupirsi considerando i tempi bui che stiamo attraversando, dove tutto ciò che non è “normale” fa paura.

 

Il tema dell’omosessualità è sempre stato molto dibattuto e osteggiato, particolarmente quella femminile, e sembra quindi impossibile che sia accaduta una storia così fuori dagli schemi, una storia tanto lontana cronologicamente eppure così attuale in cui il tabù del lesbismo è ancora lontano dall’essere infranto. Forse questo libro contribuirà a dare una spallata ai granitici pregiudizi, frutto di ignoranza e paure secolari.

Maria Pia Amico

HANDIFOBIA

Questo è un articolo tratto da “Avvenire”, riguardante un rapporto dell’Associazione dei Diritti del Malato in Inghilterra. Come leggerete il trattamento riservato a pazienti disabili mentali,da parte dei medici, è a dir poco scioccante.

E’ indubbio che negli ultimi tempi si sta assistendo ad una preoccupante  tendenza alla “cultura della morte”,derivata dalla convinzione dell’inutilità delle cure di soggetti portatori di particolari patologie. Dal rapporto emerge una realtà sconcertante: alcuni medici preferiscono minimizzare, trascurare o addirittura astenersi dal curare pazienti psichici ritenuti incurabili o poco ricettivi alle terapie.

Non a caso, nell’articolo, si parla di eugenetica,  scienza che si occupa di studiare i caratteri genetici “buoni” o “cattivi” degli individui. Questa stessa scienza portò, nella Germania nazista, allo sterminio sistematico di migliaia di disabili, in nome della salvaguardia razziale e di un diffuso preconcetto sull’inutilità di un’esistenza “mozzata”, non degna di essere vissuta.

Tutto ciò sembrava superato, dimenticato e sepolto, dopo il dopoguerra. Sembra però che negli ultimi tempi la questione sul senso della vita sia rispuntata, con il caso Welby e quello di Eluana Enclaro, questa donna che viveva in stato vegetativo da circa vent’anni e che il padre ha chiesto l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione.

 Certo, il caso ha suscitato scalpore, polemiche e discussioni, se era giusto o no porre fine all’esistenza di Eluana. Ne è nato un caso politico.

Ma ci sono dei limiti all’esistenza? Qual è il confine tra vita degna di essere vissuta o no?’ Il dibattito è aperto…

                                                          Maria Pia Amico

 

“Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno, vi sforzerete con ogni vostra energia di rendere questa terra sempre piu’ abitabile per tutti” Giovanni Paolo II

 


http://edicola.avvenire.it/ee/avvenire/default.php?pSetup=avvenire

 

Gran Bretagna,

 E per i malati mentali cure minime;

Uno spettro si aggira per l’Europa: è l’handifobia, la fobia discriminatoria verso l’handicap e le persone malate. Figlia dell’eugenetica  di cui più nessuno parla proprio perchè sta diventando pane comune e non si vuole chiamare col suo nome  sta mostrando la sua virulenza sui più indifesi: le persone disabili. Il grido d’allarme viene dall’Inghilterra: un Rapporto dell’associazione ‘Mencap’ per i diritti dei disabili mentali (significativamente intitolato ‘Morte per indifferenza’) denuncia come i medici chiamati a curare disabili psichici esitino a spingersi oltre i segni della malattia mentale.
  Il Rapporto inizia con le parole del padre di Mark, disabile mentale morto per polmonite: “Credo che Mark sia morto senza motivo. Nella sua vita abbiamo trovato medici che non hanno idea di come trattare con disabili mentali. Se solo ci avessero ascoltato;”. Il Rapporto riporta le parole terribili che certe famiglie si sono sentite dire dai medici: “Se la ragazza fosse normale non esiteremmo a curarla;”. “ Non sarebbe meglio per tutti lasciarla andare?; “Secondo me non ha nulla è lui che è così”.
  Il Rapporto spiega allora che le persone con ritardo mentale sono viste come una priorità secondaria, i medici, talora non educati a trattare con i malati mentali, interagiscono poco con le famiglie che invece li conoscono bene, e addirittura si fermano magari per l’ovvia (ma sormontabile) difficoltà` burocratica di ottenere un consenso informato dal disabile mentale.
  Ancor più inquietante è leggere che i medici spesso fanno una loro personale valutazione della qualità di vita del paziente e la considerano come base per le loro decisioni. Questo nonostante ricerche mostrino scarsa correlazione tra l’opinione del medico e la reale percezione del paziente.
  Ci troviamo, secondo il Rapporto, di fronte a una vera discriminazione sulla base della salute.
  Anche la Commissione inglese per i diritti dei disabili recentemente riportava una trascuratezza verso i disabili mentali e il suo segretario lamentava un ottuso fatalismo verso la morte in giovane età dei disabili mentali; un altro recente studio citato nel Rapporto mostrerebbe addirittura che i disabili mentali ricevono meno analgesia degli altri.
  Tutto questo ci appare come un ‘successo’ dell’eugenetica: se si permette di pensare che esiste solo un modello ideale di essere umano che meriti il titolo di persona e che certi disabili avrebbero tutto il vantaggio a non essere nemmeno nati,  ovvio che chi non è al top dell’autonomia e della ‘normalità` (bambini, disabili e vecchi in primis) diventa di serie B.
 L’handifobia dilaga dando una visione spettrale della disabilità non solo come fatica e dolore, ma come vergogna, per cui è quasi un obbligo sociale per una madre non far venire al mondo un disabile o, per un disabile dipendente in tutto dagli altri, non domandare di togliere il disturbo. Le recenti parole del Papa, “Ogni discriminazione esercitata da qualsiasi potere  sulla base di differenze riconducibili a reali o presunti fattori genetici è un attentato contro l’intera umanità, ci esortano a chiedere che l’handifobia eugenetica (sui giornali, negli ospedali) che porta il malato a vergognarsi di essere al mondo, diventi realmente un crimine sanzionato dalla legge, come le altre fobie oggetto di riprovazione e sanzione.
 Rapporto choc dell’associazione per i diritti dei disabili: i medici che curano pazienti handicappati sono troppo spesso disattenti, superficiali e fatalisti.

PER CHI AMA I GIALLI

               UN GIALLO… PREVEDIBILE?

 

Due delitti “eccellenti”, un blackout totale durante la “prima” alla Scala, un giornalista intrepido che indaga negli ambienti dei centri sociali, tra Milano e Parigi. Questi gli elementi principali dell’ultimo libro di Paolo Roversi “NIENTE BACI ALLA FRANCESE”(ed .Mursia, pp. 224, 15,00 €)

 

       Non ci si lasci ingannare dal titolo. Non è un libro erotico, né un manuale d’istruzioni sull’amore. E’ un “giallo” in piena regola, avvincente e accattivante, con “spruzzate” di puro eros. Da cui deriva il titolo.

 

         Tutto comincia a Milano, durante la serata più mondana dell’anno, il 7 dicembre. Nel corso della “prima” alla Scala succedono tre fatti apparentemente inspiegabili. La città piomba nel buio più totale, viene  ucciso il sindaco della metropoli lombarda e, dopo qualche ora, viene trovato cadavere anche il primo cittadino di Parigi, nella sua camera d’albergo.

 

         Ma che nesso c’è  tra questi tre fatti? Chi può aver voluto la morte dei due politici? C’entrano forse le riforme, soprattutto in campo ambientale, che volevano apportare? E il black-out, chi l’ha provocato?

 

A Enrico Radeschi, giornalista “free lance”, squattrinato e sempre a caccia di scoop sensazionali, non sembra vero di potersi occupare di questi casi di cronaca nera e così, nonostante i rapporti non proprio idilliaci con la polizia, inizia ad indagare negli ambienti dei centri sociali milanesi.

Durante le indagini il giornalista s’imbatte in strani personaggi, codici segreti criptati, ragazze un po’ “particolari” e situazioni pericolose o imbarazzanti.

 

         Il tutto scandito dalla musica, di vario genere, che egli ascolta dal suo inseparabile MP3, sfrecciando col “giallone”, una vecchia vespa ormai in via d’estinzione, per le vie della città.

 

         Certo, di moventi ce ne sono più d’uno, anche se la polizia tende a seguire la pista dei centri sociali. Ma nel corso delle indagini la piega prende una direzione inaspettata e il finale, anzi il colpevole, si rivela una sorpresa… ma non troppo, in fondo.

 

Paolo Roversi è al suo terzo lavoro letterario, dopo aver scritto “Blue Tango” (2006), romanzo d’esordio, e “La Mano Sinistra Del Diavolo”, (2006), col quale ha vinto l’edizione 2007 del Premio Camaiore Letteratura Gialla.

Fondatore e direttore di un Festival dedicato al giallo e al noir a Suzzara, nel basso mantovano, dov’è nato nel 1975, egli vive a Milano dove lavora nel campo dell’informatica ed è anche il direttore di “MilanoNera”, un portale internet, tutto rivolto alla letteratura gialla.

Roversi in questo romanzo usa una scrittura chiara, semplice, lineare, accattivante, a tratti anche scurrile, ma è indubbiamente un linguaggio immediato e diretto, a contatto con la realtà. Egli dimostra un’ottima padronanza della parola e una non comune cultura musicale e informatica.

 Dopo un inizio sfavillante e un proseguo frenetico, nel finale la storia perde un po’ di ritmo, lasciando forse alquanto deluso il lettore nelle sue aspettative sull’identità del o dei colpevoli. E’ sempre valida la regola secondo cui l’assassino è sempre quello meno sospettato?

                                           Maria Pia Amico

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