HANDIFOBIA

Questo è un articolo tratto da “Avvenire”, riguardante un rapporto dell’Associazione dei Diritti del Malato in Inghilterra. Come leggerete il trattamento riservato a pazienti disabili mentali,da parte dei medici, è a dir poco scioccante.

E’ indubbio che negli ultimi tempi si sta assistendo ad una preoccupante  tendenza alla “cultura della morte”,derivata dalla convinzione dell’inutilità delle cure di soggetti portatori di particolari patologie. Dal rapporto emerge una realtà sconcertante: alcuni medici preferiscono minimizzare, trascurare o addirittura astenersi dal curare pazienti psichici ritenuti incurabili o poco ricettivi alle terapie.

Non a caso, nell’articolo, si parla di eugenetica,  scienza che si occupa di studiare i caratteri genetici “buoni” o “cattivi” degli individui. Questa stessa scienza portò, nella Germania nazista, allo sterminio sistematico di migliaia di disabili, in nome della salvaguardia razziale e di un diffuso preconcetto sull’inutilità di un’esistenza “mozzata”, non degna di essere vissuta.

Tutto ciò sembrava superato, dimenticato e sepolto, dopo il dopoguerra. Sembra però che negli ultimi tempi la questione sul senso della vita sia rispuntata, con il caso Welby e quello di Eluana Enclaro, questa donna che viveva in stato vegetativo da circa vent’anni e che il padre ha chiesto l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione.

 Certo, il caso ha suscitato scalpore, polemiche e discussioni, se era giusto o no porre fine all’esistenza di Eluana. Ne è nato un caso politico.

Ma ci sono dei limiti all’esistenza? Qual è il confine tra vita degna di essere vissuta o no?’ Il dibattito è aperto…

                                                          Maria Pia Amico

 

“Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno, vi sforzerete con ogni vostra energia di rendere questa terra sempre piu’ abitabile per tutti” - Giovanni Paolo II

 



http://edicola.avvenire.it/ee/avvenire/default.php?pSetup=avvenire

 

Gran Bretagna,

 E per i malati mentali cure minime;

Uno spettro si aggira per l’Europa: è l’handifobia, la fobia discriminatoria verso l’handicap e le persone malate. Figlia dell’eugenetica  di cui più nessuno parla proprio perchè sta diventando pane comune e non si vuole chiamare col suo nome  sta mostrando la sua virulenza sui più indifesi: le persone disabili. Il grido d’allarme viene dall’Inghilterra: un Rapporto dell’associazione ‘Mencap’ per i diritti dei disabili mentali (significativamente intitolato ‘Morte per indifferenza’) denuncia come i medici chiamati a curare disabili psichici esitino a spingersi oltre i segni della malattia mentale.
  Il Rapporto inizia con le parole del padre di Mark, disabile mentale morto per polmonite: “Credo che Mark sia morto senza motivo. Nella sua vita abbiamo trovato medici che non hanno idea di come trattare con disabili mentali. Se solo ci avessero ascoltato;”. Il Rapporto riporta le parole terribili che certe famiglie si sono sentite dire dai medici: “Se la ragazza fosse normale non esiteremmo a curarla;”. “ Non sarebbe meglio per tutti lasciarla andare?; “Secondo me non ha nulla è lui che è così”.
  Il Rapporto spiega allora che le persone con ritardo mentale sono viste come una priorità secondaria, i medici, talora non educati a trattare con i malati mentali, interagiscono poco con le famiglie che invece li conoscono bene, e addirittura si fermano magari per l’ovvia (ma sormontabile) difficoltà` burocratica di ottenere un consenso informato dal disabile mentale.
  Ancor più inquietante è leggere che i medici spesso fanno una loro personale valutazione della qualità di vita del paziente e la considerano come base per le loro decisioni. Questo nonostante ricerche mostrino scarsa correlazione tra l’opinione del medico e la reale percezione del paziente.
  Ci troviamo, secondo il Rapporto, di fronte a una vera discriminazione sulla base della salute.
  Anche la Commissione inglese per i diritti dei disabili recentemente riportava una trascuratezza verso i disabili mentali e il suo segretario lamentava un ottuso fatalismo verso la morte in giovane età dei disabili mentali; un altro recente studio citato nel Rapporto mostrerebbe addirittura che i disabili mentali ricevono meno analgesia degli altri.
  Tutto questo ci appare come un ’successo’ dell’eugenetica: se si permette di pensare che esiste solo un modello ideale di essere umano che meriti il titolo di persona e che certi disabili avrebbero tutto il vantaggio a non essere nemmeno nati,  ovvio che chi non è al top dell’autonomia e della ‘normalità` (bambini, disabili e vecchi in primis) diventa di serie B.
 L’handifobia dilaga dando una visione spettrale della disabilità non solo come fatica e dolore, ma come vergogna, per cui è quasi un obbligo sociale per una madre non far venire al mondo un disabile o, per un disabile dipendente in tutto dagli altri, non domandare di togliere il disturbo. Le recenti parole del Papa, “Ogni discriminazione esercitata da qualsiasi potere  sulla base di differenze riconducibili a reali o presunti fattori genetici è un attentato contro l’intera umanità, ci esortano a chiedere che l’handifobia eugenetica (sui giornali, negli ospedali) che porta il malato a vergognarsi di essere al mondo, diventi realmente un crimine sanzionato dalla legge, come le altre fobie oggetto di riprovazione e sanzione.
 Rapporto choc dell’associazione per i diritti dei disabili: i medici che curano pazienti handicappati sono troppo spesso disattenti, superficiali e fatalisti.

PER CHI AMA I GIALLI

               UN GIALLO… PREVEDIBILE?

 

Due delitti “eccellenti”, un blackout totale durante la “prima” alla Scala, un giornalista intrepido che indaga negli ambienti dei centri sociali, tra Milano e Parigi. Questi gli elementi principali dell’ultimo libro di Paolo Roversi “NIENTE BACI ALLA FRANCESE”(ed .Mursia, pp. 224, 15,00 €)

 

       Non ci si lasci ingannare dal titolo. Non è un libro erotico, né un manuale d’istruzioni sull’amore. E’ un “giallo” in piena regola, avvincente e accattivante, con “spruzzate” di puro eros. Da cui deriva il titolo.

 

         Tutto comincia a Milano, durante la serata più mondana dell’anno, il 7 dicembre. Nel corso della “prima” alla Scala succedono tre fatti apparentemente inspiegabili. La città piomba nel buio più totale, viene  ucciso il sindaco della metropoli lombarda e, dopo qualche ora, viene trovato cadavere anche il primo cittadino di Parigi, nella sua camera d’albergo.

 

         Ma che nesso c’è  tra questi tre fatti? Chi può aver voluto la morte dei due politici? C’entrano forse le riforme, soprattutto in campo ambientale, che volevano apportare? E il black-out, chi l’ha provocato?

 

A Enrico Radeschi, giornalista “free lance”, squattrinato e sempre a caccia di scoop sensazionali, non sembra vero di potersi occupare di questi casi di cronaca nera e così, nonostante i rapporti non proprio idilliaci con la polizia, inizia ad indagare negli ambienti dei centri sociali milanesi.

Durante le indagini il giornalista s’imbatte in strani personaggi, codici segreti criptati, ragazze un po’ “particolari” e situazioni pericolose o imbarazzanti.

 

         Il tutto scandito dalla musica, di vario genere, che egli ascolta dal suo inseparabile MP3, sfrecciando col “giallone”, una vecchia vespa ormai in via d’estinzione, per le vie della città.

 

         Certo, di moventi ce ne sono più d’uno, anche se la polizia tende a seguire la pista dei centri sociali. Ma nel corso delle indagini la piega prende una direzione inaspettata e il finale, anzi il colpevole, si rivela una sorpresa… ma non troppo, in fondo.

 

Paolo Roversi è al suo terzo lavoro letterario, dopo aver scritto “Blue Tango” (2006), romanzo d’esordio, e “La Mano Sinistra Del Diavolo”, (2006), col quale ha vinto l’edizione 2007 del Premio Camaiore Letteratura Gialla.

Fondatore e direttore di un Festival dedicato al giallo e al noir a Suzzara, nel basso mantovano, dov’è nato nel 1975, egli vive a Milano dove lavora nel campo dell’informatica ed è anche il direttore di “MilanoNera”, un portale internet, tutto rivolto alla letteratura gialla.

Roversi in questo romanzo usa una scrittura chiara, semplice, lineare, accattivante, a tratti anche scurrile, ma è indubbiamente un linguaggio immediato e diretto, a contatto con la realtà. Egli dimostra un’ottima padronanza della parola e una non comune cultura musicale e informatica.

 Dopo un inizio sfavillante e un proseguo frenetico, nel finale la storia perde un po’ di ritmo, lasciando forse alquanto deluso il lettore nelle sue aspettative sull’identità del o dei colpevoli. E’ sempre valida la regola secondo cui l’assassino è sempre quello meno sospettato?

                                           Maria Pia Amico

SIAMO RAZZISTI?

Ormai è allarme razzismo. Neglki ultimi mesi gli episodi di xenofobia in Italia sono quasi all’ordine del giorno, mentre l’estrema Destra sta avanzando in Germania e Austria in maniera preoccupante.

Da cosa nasce il razzismo? Principalmente dalla paura e dall’ignoranza. Paura di chi non è come noi, di chi non rientra nei canoni prestabilIti dalla società.

La xenofobia, etimologia derivata dalle parole greche xenos (straniero) e fobia (paura), ha origini lontane, si può dire che sià nata con l’uomo per ragioni socio-culturali. L’essere umano è, di per sè, una creatura fragile, insicura, che ha bisogno di certezze, di regole e canoni ben precisi.

SARA’ IL NUOVO PRESIDENTE DEGLI USA?

Fra pochi mesi ci saranno le elezioni USA. Uno dei candidati è Barak Obama, favorito nei sondaggi.

Questa è la mia recensione del suo libro, scritta qualche mese fa, per un giornale on-line.

Aspetto vostri commenti.

    IL SOGNO “PROIBITO” DI OBAMA

 

Nella sua autobiografia il candidato democratico di colore, alle prossime presidenziali USA, Barack Obama racconta non solo la sua vita ma anche il suo pensiero, nonché le sue linee di programma politico.

Un libro chiaro, illuminante, che fa comprendere anche i tanti lati oscuri e sconosciuti della politica americana. Ma è pure un libro pieno di speranza, quella speranza di cambiamento che molti americani, e non solo, aspettano.  

 

il nome di Baracik Obama era sconosciuto ai più, fino a poco tempo fa. La sua escalation è iniziata circa tre anni fa, alla convention del partito democratico a Boston, dove pronunciò un discorso che entusiasmò tutti i convenuti.

Ed è proprio da qui, dalla convention di Boston, che inizia “L’AUDACIA DELLA SPERANZA”, il suo libro autobiografico. In quell’occasione egli raccontò la sua vita, che sembra rispecchiare i canoni tradizionali americani.

 

Nato da madre originaria del Kansas e padre keniano, cresciuto con un patrigno indonesiano, egli è vissuto tra Hawaii, Indonesia e USA. Questo gli ha permesso di capire appieno i problemi della globalizzazione.

Laureato in giurisprudenza, che ha insegnato all’Università di Chicago, ed esperto in diritti civili, Obama ha cominciato presto ad interessarsi di politica e nel 2004 si è candidato al Senato tra le fila dei Democratici moderati, venendo eletto.

 

Questo volume nasce, come scrive lo stesso autore, <dalle  conversazioni avvenute durante questo giro di comizi elettorali>.

Scritto in modo comprensibile e scorrevole, esso è suddiviso in nove capitoli. I primi quattro trattano di politica, di valori morali comuni, della Costituzione americana e delle forze istituzionali e di potere che condizionano la politica USA. Nei cinque successivi l’autore propone alcuni consigli, idee su problemi concreti, come l‘accresciuta insicurezza economica, le tensioni razziali e religiose della classe politica e le minacce, dal terrorismo alle eventuali epidemie, che incombono sul mondo.

Lui stesso ammette che non ha la formula magica e forse è parziale nello scegliere solo alcuni argomenti, certo è che lo fa con competenza ma anche con umiltà.

 

Dotato di intelligenza, ironia, preparazione e savoir faire, Barack Obama ha fascino, tanto da meritarsi l’appellativo di “Kennedy nero” per il suo modo di rapportarsi con la gente, e indubbiamente ha la capacità, molto rara in un politico d’oggi, d’analizzare i problemi reali, sia del suo Paese, sia dell’intero pianeta, con competenza, cercandone le soluzioni possibili, e non risparmiando critiche neanche al suo stesso partito.

 

“L’AUDACIA DELLA SPERANZA” è infine un libro sulla speranza  di cambiamento del potere, come scrive Valter Veltroni nell’introduzione, offrendo l’opportunità di conoscere più da vicino uno dei futuri protagonisti della scena politica mondiale.

 

                                                 Maria Pia Amico

LE MOLTEPLICI ESPRESSIONI DEI SENTIMENTI

  La storia di Dani, esule cileno, che vive tra il ricordo del fratello “scomparso”, l’amore per Luz, donna misteriosa, e un torneo di calcio che può cambiare la sua vita.

 

         L’abbandono, l’amore, il ritorno. Sono questi i temi principali che attraversano “ALLUMINIO”, libro scritto da Luigi Cojazzi, edito da HACCA Libri.

 

         Ambientato tra Cile e Argentina, durante le dittature di Pinochet e Videla, il racconto è un continuo alternarsi di ricordi, di flash-back e tempo reale, di ricordi e presente.

 

         Dani è un bambino quando rimane orfano di madre e viene cresciuto da Manuel, il fratello maggiore di molti anni, che gl’insegna a sopravvivere alla mutevolezza dell’esistenza e della Storia. Entrambi vedono l’ascesa della dittatura, in Cile dove vivono, e lo sfacelo che ne segue.

 

         Passano gli anni e il bambino lascia il posto al ragazzo. Il fratello è il suo punto fermo, tutto il suo mondo. Ma un giorno Manuel scompare e non fa più ritorno. Dopo averlo cercato invano per giorni il ragazzo decide di lasciare il Paese e si stabilisce in una città imprecisata dell’Argentina, dove trova lavoro in una fabbrica.

 

         Il pensiero di Manuel però lo perseguita, il ricordo di quel fratello “desaparecido” non gli da tregua e trascorre così, malinconicamente, le sue giornate, percependo dentro se stesso un indefinibile senso di vuoto, di abbandono.

 

         E proprio per colmare questo malessere interiore si tuffa nel gioco del calcio, partecipando ad un torneo nato quasi per caso, sulla scia dei Mondiali argentini del 1978. Ben presto però, da semplice passatempo giocato senza troppe ambizioni, diventa un gioco al massacro, senza più regole, dove il premio finale è il proprio destino.

 

         L’arrivo di Luz, una  donna enigmatica, dal passato indecifrabile, gli stravolge l’esistenza, gli farà vivere  momenti magici ma lo costringerà alla fine a fare i conti col proprio passato, rivelandogli una verità scioccante.

 

         “Alluminio” è un libro che tratta il tema dell’abbandono, nelle sue implicazioni psicologiche e nelle varie sfaccettature emotive che esso comporta. Così come l’amore, che può essere sublime mezzo d’elevazione o struggente disperazione.

 

         L’autore, Luigi Cojazzi,  ha voluto esplorare, analizzare queste due realtà dell’animo umano, cercando di coglierne le attinenze comuni.

 

         Lo stile del racconto è chiaro, nitido, inframmezzato da tocchi poetici e richiami storici, filosofici e letterari.

 

         Un esempio di narrativa contemporanea, fluente, che coinvolge il lettore, dandogli l’impressione di vivere egli stesso quella storia, quei sentimenti, quelle emozioni.

 

                                                                           Maria Pia

IL VOLONTARIATO…

Sociologi, statistiche e sondaggi affermano che c’è un interesse sempre maggiore per il “sociale”. Eppure, da qualche anno, associazioni e strutture residenziali faticano sempre di più a trovare volontari. Perché? Analisi di un fenomeno che interessa tutti, o quasi.

 

Negli ultimi tempi si è scritto molto, e si scrive, su giovani e volontariato. Da più parti si grida al boom del volontariato giovanile in tutte le sue forme, dall’assistenza agli anziani a quella dei senzatetto, da quella ai disabili a quella ai minori, da quella per gli extracomunitari a quella per i tossicodipendenti, da quella per gli animali abbandonati a quella per la salvaguardia ambientale.

 

Senza voler fare un excursus storico sul volontariato, che sarebbe lungo e alquanto pedante, si può comunque affermare che l’assistenza gratuita alle  persone bisognose praticamente è sempre esistita, fin dai tempi più remoti, anche se è col Cristianesimo che si assiste alla “ufficializzazione”e alla giustificazione etica del volontariato.

 

Nei secoli successivi esso assume varie motivazioni, non più esclusivamente di carattere religioso ma anche civile e politico.

Negli ultimi decenni del secolo scorso si è sviluppato un volontariato prevalentemente basato su giovani, provenienti sia da “scuole” di pensiero specificatamente cristiane, come ad esempio il movimento dei “boy-scouts” o quello di Sant’Egidio, sia da correnti laiche derivate dal grande moto giovanile del ’68, che sembrava dover trasformare la società costituita, in una organizzazione basata più su ideali di cooperazione reciproca che sul profitto capitalistico. E, sulla scia di tali prospettive, sorsero numerose associazioni e gruppi di volontariato, che avevano come scopo quello di aiutare le fasce più svantaggiate della società civile, quali  poveri, disabili, anziani…

 

 

 

 

 

 

Ma questo exploit derivato dalla “rivoluzione” sessantottina sembra essersi esaurito, o quanto meno diminuito, negli ultimi anni. Dov’è finito quel grande entusiasmo, quella gran voglia di cambiamento, che sembrava dover ribaltare tutte le regole sociali precostituite? Si è risolto tutto in una “bolla di sapone”?

Quali che siano le cause di questa implosione, essa ha portato indubbiamente  ad un’inversione di tendenza nei rapporti interpersonali e, di conseguenza, nell’ambito socio-assistenziale si è assistito ad una contrazione dell’offerta  nell’ambito solidaristico.

 

I motivi di tutto ciò non sono molto chiari e identificabili. Forse la rinuncia ad ogni tentativo di cambiare lo status sociale? Lo scarso ricambio generazionale? La perdita di certi valori etici, religiosi o laici? O, più semplicemente, un cambiamento di “rotta” nei costumi, nell’educazione e nella mentalità dei giovani?

 

Certo è che la condizione attuale della società, tutta improntata sul profitto economico e sull’affermazione individuale, non favorisce molto la cultura della fratellanza.

 

C’è da chiedersi che tipo di valori morali può offrire una società che punta solo sull’individualità, sull’esteriorità e non sulla solidarietà e sul rispetto per gli altri, per i più deboli e svantaggiati.

 

Forse la scuola, la famiglia, le istituzioni politiche e religiose possono aiutare i giovani a riconoscere i valori veri, fondati sull’altruismo e la associazione, sulla solidarietà e l’aiuto reciproco. Solo così, forse, si eviterà la grande “emorragia” del volontariato.

 

                                                                           Maria Pia

 

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